Cenere Senza Nome

Cenere Senza Nome

Nel silenzio di un impero che muore, l'ultima fiamma è solo cenere.

by Antonio Ardesia

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Le stelle si stanno spegnendo e il Settore Cinere sta scivolando in un oblio senza fine. Per Kael Zero, un semplice raschiatore di scafi della casta più infima, la vita è solo una lenta erosione tra lamiere e polvere spaziale. Tutto cambia quando assiste a un incontro proibito tra un ammiraglio imperiale e l'Araldo del Vuoto. Senza volerlo, Kael entra in possesso del Codice di Cancellazione: un manufatto antico capace di spegnere i soli e decretare la fine definitiva del tempo. Braccato dalla flotta imperiale, da ribelli pronti a tutto e da profeti che vedono nella distruzione la purezza, Kael deve navigare tra cattedrali orbitali in rovina e stazioni decadenti. Ma in un universo dove ogni eroe è un bugiardo e ogni liberatore un potenziale tiranno, la scelta più coraggiosa potrebbe non essere quella di salvare il mondo. Cenere Senza Nome è un viaggio cupo e viscerale nell'orrore cosmico, dove il vero potere non è possedere il destino, ma negarlo a chiunque altro. Un'opera sci-fi gotica che ridefinisce il concetto di sacrificio.

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Residui di stelle

A te che non esisti, scrivo queste parole. A te che forse troverai questo foglio incollato sotto qualche panca di metallo arrugginito nei dormitori infimi, o che non lo troverai affatto, lasciandolo marcire sotto i vapori acidi delle condutture. Non importa. Scrivere è l'unica cosa che mi fa sembrare meno un pezzo di scarto in questo immenso immondezzaio di metallo che chiamiamo flotta imperiale. Qui, nei livelli inferiori della corazzata, il tempo non si misura in giorni o ore, ma in turni di fatica e nel progressivo irrigidimento delle articolazioni. Ogni respiro sa di lubrificante bruciato e di aria riciclata mille volte, filtrata attraverso polmoni ormai saturi di polvere di carbonio. Scrivo perché il silenzio della mia mente è diventato troppo rumoroso per essere sopportato, e perché se non lascio una traccia, anche minima, della mia insignificante esistenza, finirò per credere di essere già un fantasma, un'ombra senza nome destinata a dissolversi nel vuoto senza lasciare alcun rimpianto dietro di sé.

Stamattina stavo raschiando la crosta di radiazioni dallo scafo esterno della Aeterna. Come ogni maledetto giorno da dieci anni a questa parte. Come ogni settimana, sospeso nel vuoto cosmico con nient'altro che un cavo di sicurezza logoro a separarmi dall'infinito. Come, suppongo, ogni anno della mia vita finché le radiazioni stesse non avranno finito il lento e metodico lavoro di demolizione che hanno già abbondantemente cominciato sulla mia pelle, lasciando macchie scure e desquamazioni che nessun unguento della casta medica può lenire. La lamiera della nave era fredda, di un freddo che sembrava possedere una propria malvagia volontà, capace di penetrare persino i guanti rinforzati di fibra sintetica. Ogni colpo del mio raschiatore staccava scaglie di vernice protettiva mista a polvere stellare ionizzata, una nebbia grigiastra che si disperdeva immediatamente nel vuoto assoluto, scomparendo come i sogni di chiunque nasca nella casta degli Invisibili, destinato a servire i motori dell'Impero fino all'ultimo battito cardiaco.

Il freddo era decisamente peggio del solito, un ago invisibile che cercava ogni minima fessura per penetrare fino alle ossa. La mia tuta da lavoro, un vecchio modello standard rattoppato decine di volte, aveva una vistosa crepa nel rivestimento termico proprio all'altezza del fianco sinistro, un difetto strutturale che ho puntualmente segnalato per tre volte consecutive al caposquadra durante i rapporti di fine turno, e che per tre volte è stato freddamente ignorato con un'alzata di spalle. Il vuoto ti entra dentro in modo strano, sai; non è come il freddo dell'aria a cui siamo abituati nei settori industriali sotterranei, che punge la pelle e fa tossire. Il freddo dello spazio profondo è molto più onesto e spietato: si limita a sottrarti calore con metodica precisione, sussurrandoti all'orecchio che non appartieni affatto a questo luogo estraneo, che sei solo una cosa fragile, umida e temporanea appesa a una parete di metallo arrugginito, mentre l'universo intero ti osserva con assoluta, gelida indifferenza. Sentivo i muscoli del fianco contrarsi in dolorosi spasmi, e ogni volta che cercavo di allungare il braccio per raggiungere i punti più ostici dello scafo, una fitta acuta mi ricordava quanto fossi vicino al limite della sopportazione biologica.

Lavoravo nel più assoluto silenzio, come si addice a un invisibile che conosce bene le regole della sopravvivenza. Il raschiatore magnetico vibrava ritmicamente contro il mio palmo intorpidito, trasmettendo una vibrazione sorda che risaliva lungo l'avambraccio fino alla spalla, e i residui neri di combustione si staccavano in piccoli fiocchi lucidi che galleggiavano via nell'oscurità eterna, brillando debolmente sotto i riflettori della corazzata. Stelle spente, dicono i vecchi rassegnati nei corridoi inferiori. Il Settore Cinere le sta perdendo una per una, come vecchi denti marci che cadono lentamente da una bocca malata e morente. Le mappe stellari di cinquant'anni fa mostrano costellazioni che oggi sono ridotte a macchie grigie, fari spenti in un oceano di pece che si espande senza sosta. Nessuno tra gli ufficiali ne parla apertamente, i bollettini imperiali continuano a proclamare la grandezza eterna del trono, ma lo sappiamo tutti che stiamo scivolando verso una notte definitiva, un sonno senza sogni da cui nessuna tecnologia o preghiera potrà mai svegliarci.

Poi, mentre spostavo il riflettore portatile per illuminare un angolo particolarmente incrostato vicino ai motori ausiliari, ho notato qualcosa di insolito sulla paratia. Era una sezione dello scafo secondario che sembrava leggermente disallineata, un difetto impercettibile per un occhio non allenato, ma evidente per chi ha trascorso la vita a misurare con lo sguardo le giunzioni del metallo. Una fessura d'ombra si apriva tra i pannelli corazzati, una linea scura che non avrebbe dovuto trovarsi lì, specialmente su una nave ammiraglia che teoricamente riceveva la manutenzione migliore del settore. Avvicinando la mano guantata, ho avvertito una debole vibrazione termica: calore che sfuggiva dall'interno della nave, un flusso d'aria calda che si disperdeva nel vuoto a causa di una guarnizione difettosa o volutamente manomessa. Quel calore residuo ha agito su di me come un richiamo irresistibile, una promessa di sollievo per il mio fianco ormai congelato e per le mie dita che cominciavano a perdere sensibilità.

Normalmente, un raschiatore assennato avrebbe ignorato la scoperta o l'avrebbe segnalata al primo robot di pattuglia per evitare complicazioni. Normalmente avrei finito il mio turno regolamentare, avrei timbrato la scheda di presenza, consumato la mia razione quotidiana di proteina sintetica dal sapore di cartone bagnato e mi sarei raggomitolato nella mia branda per le misere quattro ore di sonno concesse agli operai della mia casta. Ma il freddo che mi tormentava il fianco era diventato davvero insopportabile, un dolore sordo che minacciava di bloccarmi i movimenti, e quella fessura non sigillata prometteva una via d'accesso non rilevata verso i corridoi interni riscaldati, un angolo dove avrei potuto scaldarmi anche solo per pochi minuti prima che la squadra successiva prendesse il cambio.

Senza pensarci troppo, ho sganciato parzialmente il moschettone di sicurezza e mi sono infilato nella fessura, forzando leggermente la lamiera flessibile con la punta del raschiatore. Il passaggio era stretto, un cunicolo di servizio originariamente progettato per il passaggio di cavi ad alta tensione, ora parzialmente svuotato e saturo di un'aria densa, calda e stranamente profumata di incenso e ozono. Ho strisciato lentamente sulle ginocchia, trascinando il mio corpo magro attraverso il metallo liscio, guidato dal calore crescente e da un debole bagliore dorato che filtrava da una grata d'aerazione posta pochi metri più avanti. Più mi avvicinavo, più i rumori sordi dei motori della nave venivano sostituiti da voci umane, sussurri bassi e solenni che risuonavano nel condotto con una chiarezza inquietante.

La camera di osservazione sottostante era piccola ma sfarzosa, rivestita di pannelli di legno scuro e pregiato importato da qualche mondo interno ormai perduto, un lusso inconcepibile per una corazzata militare dove ogni grammo di peso superfluo veniva solitamente eliminato. Qualcuno aveva allestito quel luogo con estrema cura e discrezione, lontano dalle rotte di pattuglia abituali, con l'intento preciso di non essere disturbato o spiato. Al centro della stanza, sotto la luce fioca di alcune lampade a filamento che pendevano dal soffitto, si trovavano due figure. Una la riconobbi all'istante, anche solo dalla postura rigida e dalla sagoma imponente: era l'Ammiraglio Valerius Valoran in persona. La sua uniforme nera era decorata con teschi d'oro e medaglie al valore che riflettevano la luce dorata, e il suo portamento era quello tipico di un uomo abituato a decidere della vita e della morte di interi mondi senza battere ciglio. Ma era la seconda figura a catturare tutta la mia attenzione, un'apparizione che mi fece gelare il sangue nelle vene ben più del vuoto cosmico: quella creatura non apparteneva a nessuna specie conosciuta dell'Impero.

Era una creatura altissima, innaturalmente sottile, avvolta in pesanti stracci di velluto nero che sembravano non solo respingere, ma assorbire attivamente la luce circostante, creando una sorta di alone d'ombra distorta intorno al suo corpo. Il volto era celato dietro una maschera di porcellana bianca, priva di qualsiasi lineamento umano tranne due fessure sottilissime all'altezza degli occhi, dalle quali fuoriusciva continuamente un vapore gelido che si depositava sul pavimento di legno come brina scintillante. Si muoveva con una grazia fluida e priva di peso, senza produrre il minimo rumore, come se la gravità artificiale della nave non avesse alcun potere su di lei o come se stesse fluttuando a pochi millimetri dal suolo. Ogni suo gesto era lento, misurato, carico di un'antica e spaventosa solennità che faceva apparire persino il potente ammiraglio imperiale come un bambino al cospetto di un dio severo.

«Il Codice richiede un tributo preciso, Ammiraglio. Il sangue e l'energia vitale di trenta sistemi stellari periferici,» disse la figura mascherata, e la sua voce non sembrava provenire dalla gola, ma risuonava direttamente nella mia testa come il sibilo del vento che attraversa le rovine di una cattedrale abbandonata. «Noi possediamo un'infinita pazienza, poiché il vuoto è l'unica costante dell'universo. Voi mortali, invece, siete creature effimere, costantemente terrorizzate dal ticchettio del tempo. Questa fretta, questa incapacità di accettare la fine, è sempre stata la vostra più grande debolezza.»

Valoran mantenne la schiena perfettamente dritta, senza mostrare la minima esitazione di fronte a quelle parole raggelanti. Il suo volto, solcato da cicatrici e parzialmente ricostruito con innesti cibernetici d'ottone, era una maschera di fredda determinazione. «Trenta sistemi sono un prezzo accettabile se il risultato è la salvezza del nucleo imperiale,» rispose con voce ferma, priva di qualsiasi traccia di rimorso o dubbio morale. «Ho bisogno che l'Impero e il suo ordine durino altri mille anni, a qualunque costo. Quello che succede alle stelle di questo settore periferico e alle popolazioni che le orbitano è del tutto secondario rispetto alla necessità di preservare l'autorità del Trono e la stabilità della razza umana.»

«L'ordine,» ripeté l'entità con un sussurro intriso di una sottile, gelida ironia, come se stesse assaporando un concetto infinitamente ridicolo e privo di senso pratico. Poi, con un movimento fluido, allungò le dita lunghe e affusolate, che terminavano in unghie scure e affilate, rivelando un oggetto che teneva nascosto tra le pieghe del velluto. Era un cilindro di ossidiana nera, poco più grande di un pugno, la cui superficie non rifletteva la luce dorata della stanza ma sembrava pulsare di un'oscurità attiva, un'assenza di colore così assoluta da risultare quasi dolorosa per gli occhi se si cercava di metterla a fuoco. «Prendete questo. È il Codice di Cancellazione. Quando il momento sarà giunto e la flotta sarà posizionata nei punti di convergenza, saprete esattamente come liberare il suo potere.»

Valoran tese le mani e prese il cilindro con estrema cautela, quasi con devozione, stringendolo tra i guanti di pelle nera come se stesse maneggiando una reliquia sacra o l'arma definitiva capace di riscrivere le leggi della fisica. I suoi occhi cibernetici scintillarono di una luce rossastra mentre analizzavano la superficie dell'oggetto, registrando anomalie energetiche che la sua mente faticava persino a comprendere. C'era un'espressione di trionfo mista a un terrore ancestrale sul suo volto, la consapevolezza di aver appena varcato un limite oltre il quale non sarebbe mai più potuto tornare indietro.

In quel preciso istante, l'istinto di sopravvivenza che mi aveva tenuto in vita per tutti questi anni avrebbe dovuto gridarmi di fuggire, di strisciare all'indietro lungo il condotto e dimenticare ogni singola parola udita in quella stanza. Forse avrei potuto farlo, sarei tornato al mio turno di lavoro e avrei vissuto il resto dei miei giorni nell'ignoranza, se solo il mio corpo non mi avesse tradito. Nel tentativo di arretrare silenziosamente, il mio fianco intorpidito dal freddo ebbe un violento spasmo muscolare; persi la presa sul metallo viscido del condotto e il pesante raschiatore magnetico che stringevo ancora in mano scivolò, urtando con forza contro una staffa di ferro sporgente. Il rumore metallico che ne seguì fu secco, acuto e incredibilmente amplificato dal silenzio teso che regnava nella camera sottostante.

Valoran si voltò di scatto con la velocità innaturale di un predatore. I suoi occhi cibernetici, dotati di sensori termici e filtri per la visione notturna, scrutarono l'oscurità del condotto d'aerazione sopra di lui, intercettando la mia sagoma rannicchiata dietro la grata con una precisione spietata che non lasciava spazio a scuse o spiegazioni. Non ci fu sorpresa sul suo volto, solo una fredda e immediata risoluzione. «Guardie, abbiamo un intruso nei condotti di servizio. Eliminatelo immediatamente,» ordinò con la stessa voce piatta e monocorde con cui avrebbe richiesto un rapporto di routine o ordinato una razione d'acqua.

Quello che seguì nei secondi successivi fu un turbine di caos e terrore puro. Una scarica di energia termica, proveniente forse da un'arma d'ordinanza o da una fonte d'energia scatenata dall'entità stessa, squarciò l'aria della stanza con un sibilo assordante. Il colpo mancò la mia posizione di pochi centimetri, ma l'onda d'urto colpì in pieno il tavolo di metallo su cui Valoran aveva momentaneamente appoggiato il cilindro di ossidiana per estrarre la sua pistola. L'impatto fece vacillare il tavolo, e l'oggetto nero scivolò lungo la superficie lucida, cadendo oltre il bordo e rotolando sul pavimento inclinato della camera proprio in direzione della grata d'aerazione dove mi trovavo io, muovendosi con una traiettoria bizzarra e una lentezza che appariva quasi calcolata dal destino.

Non ci fu tempo per riflettere o valutare le conseguenze di quel gesto. Le mie mani si mossero spinte da un puro riflesso biologico, lo stesso istinto cieco che ti spinge ad afferrare un bicchiere che cade da un tavolo prima ancora che il cervello elabori il pericolo del vetro infranto. Allungai il braccio attraverso le maglie larghe della grata e afferrai il cilindro al volo mentre passava. Al contatto con la mia pelle nuda, l'oggetto rivelò una temperatura spaventosa: era freddo, immensamente più freddo dello scafo esterno della nave, un gelo assoluto che parve penetrare all'istante attraverso i pori fino a raggiungere le ossa del braccio, mentre una pulsazione sorda e irregolare si propagava lungo i tendini, simile al battito cardiaco di una creatura morente che rifiuta di arrendersi.

A quel punto cominciai a correre per salvarmi la vita, strisciando all'indietro nel condotto con una frenesia disperata. Dietro di me, i proiettili a impulsi magnetici delle guardie imperiali cominciarono a perforare le paratie metalliche, lasciando fori incandescenti e odore di metallo fuso nell'aria stretta del passaggio. Sentii il calore bruciante di un colpo sfiorarmi la spalla destra, lacerando il tessuto della tuta e lasciando una striscia di pelle ustionata. Il condotto era incredibilmente stretto e angusto, costringendomi a movimenti innaturali e dolorosi, ma la paura della morte mi rese agile come non ero mai stato, spingendomi a strisciare lungo le diramazioni secondarie mentre i passi pesanti e le grida metalliche dei soldati corazzati risuonavano sempre più vicini e numerosi alle mie spalle.

Raggiunsi infine il portello di servizio inferiore dove era agganciata la mia capsula di scarico monoposto, lo stretto guscio di metallo che usavamo per espellere i detriti industriali accumulati durante i turni di pulizia dei motori. Era un abitacolo angusto, saturo di esalazioni tossiche e privo di qualsiasi comfort o sistema di navigazione avanzato, ma in quel momento rappresentava la mia unica, disperata via di fuga verso la salvezza. Mi lanciai all'interno, sigillai il pesante portello manuale con un colpo secco della leva e attivai immediatamente la sequenza d'emergenza, facendo saltare i bulloni esplosivi di ancoraggio che trattenevano la capsula agganciata alla fiancata della corazzata.

Un violento strattone mi schiacciò contro il sedile di ferro mentre la capsula veniva proiettata lontano dalla scia termica della Aeterna. Il buio immenso e silenzioso dello spazio profondo mi accolse tra le sue braccia senza alcun commento o giudizio, inghiottendo la mia minuscola imbarcazione nell'oscurità più assoluta, lontano dai cannoni della nave ammiraglia che cominciavano a girarsi lentamente per cercarmi.

Tenevo il cilindro di ossidiana disperatamente stretto contro il petto mentre la capsula rollava e beccheggiava senza controllo nell'oscurità profonda del settore. Potevo sentire quella strana pulsazione ritmica attraversare gli strati della mia tuta lacerata, propagandosi attraverso le costole fino a risuonare direttamente nella cavità toracica, come se l'oggetto stesse cercando di sintonizzarsi con il mio stesso cuore. Non avevo la minima idea di cosa fosse realmente quell'artefatto, né in quale remoto angolo della galassia mi avrebbe condotto la traiettoria cieca di quella capsula di salvataggio improvvisata. Sapevo soltanto, con assoluta e terrificante certezza, che l'Ammiraglio Valoran era pronto a sacrificare miliardi di vite umane e a condannare all'oscurità trenta interi sistemi stellari pur di ottenerne il controllo, e che un'entità antica e inconcepibile glielo aveva consegnato come se fosse una merce di scambio qualsiasi in un patto scellerato già sigillato nell'ombra.

Le stelle visibili attraverso il piccolo oblò di quarzo della capsula erano spaventosamente poche, isolate e tremolanti come candele consumate dal vento in una stanza vuota. Intere porzioni di cielo erano completamente nere, vuoti assoluti dove la luce non sembrava più avere la forza o la memoria necessaria per percorrere le distanze cosmiche e raggiungere i miei occhi, lasciando solo un immenso deserto di cenere fredda.

Il Settore Cinere sta morendo, è una verità con cui tutti noi siamo cresciuti, una lenta agonia che accettiamo come parte inevitabile della nostra miserabile esistenza quotidiana. Ma stanotte ho scoperto che qualcuno ha deciso attivamente di accelerare questa fine, di trasformare una lenta decadenza in un massacro pianificato a tavolino per i propri scopi di potere. E io, un semplice raschiatore di scafi che voleva solo trovare un po' di calore per non morire congelato durante il turno di lavoro, mi ritrovo ora nel mezzo di questa tempesta cosmica, con il destino di milioni di anime stretto tra le mani tremanti.

Se trovi questo foglio, sappi che non ero un eroe. Ero solo uno che aveva troppo freddo per stare al suo posto.

Il prezzo del silenzio

A te, Zeb. A te che probabilmente non leggerai mai queste parole graffiate con rabbia e rassegnazione sulla lamiera arrugginita di questa paratia, o che se anche per puro caso le leggessi ti limiteresti a sputare per terra la tua saliva acida e a ridere di quella tua risata secca, quel rantolo metallico che sembra provenire da un ingranaggio arrugg

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